
Negli ultimi anni la Top Bar viene proposta alle nostre latitudini dai sostenitori di una “apicoltura naturale” vantata come più rispettosa delle api e del loro benessere, in contrapposizione all’apicoltura produttiva considerata come “sfruttatrice” e interessata al solo “sporco profitto”. Ecco cosa ne pensa un
apicoltore esperto che la Top Bar la conosce da trent’anni
Inizio questo articolo descrivendo brevemente come sono venuto a conoscenza di questo modello di arnia nel gennaio del 1990. Ero già apicoltore da 9 anni quando mio zio Luigi mi invitò in una missione in Kenia per dare un parere sulla fattibilità di un progetto per la produzione e commercializzazione del miele nel villaggio di Oldonyro, provincia di Nanyuki, in zona equatoriale, ma di savana arida o semidesertica in quanto tutte le piogge tendevano a cadere sull’altro fianco del monte Kenia (oltre 5.000 m di altezza) che fungeva da barriera per le nuvole.
Mio zio Luigi non era un missionario ma un laico, ex edile, desideroso di aiutare i poveri del cosidetto “terzo mondo”, una persona capace di coinvolgere volontari nei suoi progetti e anche di trovare fondi da persone disposte ad aiutare e per tutti era diventato “ZIO LUIGI”.
Già il giorno seguente il mio arrivo mi portò nell’apiario che era già avviato e distava meno di un km dalla scuola e dalle abitazioni della missione.
L’apiario consisteva di ben 100 arnie del tipo Kenia TBH (Kenia Top Bar Hive) appese con dei fili di ferro ai rami di acacia (quella vera ad ombrello con spine lunghe anche 5 o 6 cm e molto robuste di cui non ricordo il nome esatto).
Sui fili di ferro che sostenevano le arnie era stata collocata una pece collosa per ostacolare l’aggressione di formiche e altri nemici delle api golosi di miele e di tutto il materiale biologico contenuto (covata, polline, cera e probabilmente anche dell’arnia stessa).
Appoggiare le arnie al suolo come facciamo noi in Italia o Europa era impensabile perché gli alveari sarebbero stati distrutti in poco tempo. Le arnie al loro interno erano state preventivamente sfregate con erbe aromatiche per attirare gli sciami
selvatici.
Al momento del mio arrivo già una ventina di queste arnie erano state popolate naturalmente da sciami selvatici. L’apiario era stato recintato perché di notte i cacciatori di miele coperti con stracci e armati di fumo passavano spesso a “rubarlo”.
Il giorno ancora seguente, desideroso di conoscere le arnie Top Bar e le api africane, con una visita vera e propria, dopo aver preparato tutto l’occorrente mi incamminai da solo verso l’apiario.
Giunto nei pressi del cancello di entrata, dalla folta sterpaglia presente puntarono fulmineamente davanti a me tre giovani guerrieri della tribù locale, con i loro addobbi e decorazioni tradizionali (che ebbi occasione di conoscere per la prima volta in quel momento e in quel modo), che puntarono prontamente le loro lance contro la mia pancia e pronunciarono in modo minaccioso parole per me incomprensibili.
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