
Primo di tre articoli sul polline (i prossimi saranno sulla produzione e sulla commercializzazione)
Produzione del polline in apicoltura
La prima testimonianza storica della conoscenza delle proprietà del polline da parte degli antichi si trova su un bassorilievo nel Palazzo di Assurbanipal (re assiro, 680 a.C.), dove è raffigurato un contadino che agita infiorescenze maschili per fecondare piante femminili.
Tuttavia, ancora oggi, la maggior parte delle persone ignora l’esistenza del polline, se non per i fastidi dovuti ad allergie, e pochissimi ne conoscono la sua utilità alimentare.
Il polline raccolto dalle api deriva naturalmente dal fiore, che è l’organo riproduttivo della pianta. Esso può ospitare sia l’organo maschile che quello femminile.
Nella parte superiore del fiore troviamo l’antera, che è la parte che produce il polline. Essa si trova all’estremità dei filamenti (stami), che sono i piccoli steli che sostengono l’antera stessa. Quando l’antera è matura, rilascia i granuli di polline, necessari per la fecondazione delle piante. In poche parole, l’antera è come un “contenitore” per il polline, essenziale per la riproduzione delle piante.
Il granulo pollinico, una volta rilasciato, inizia un viaggio che, nella maggior parte delle specie, avviene tramite un insetto impollinatore (specie zoofile) o attraverso il vento (specie anemofile). Questo viaggio termina quando il polline raggiunge lo
stimma di un altro fiore. In questo modo, il materiale genetico maschile incontra quello femminile, scende nell’ovario e dà vita ai frutti.
Il polline è costituito da una moltitudine di granuli microscopici, la cui dimensione varia da circa 5 a 250 micrometri. Esternamente, è ricoperto da uno strato appiccicoso composto da lipidi e carotenoidi, che consentono l’adesione allo stimma e agli animali.
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