
Dall’arrivo della varroa a oggi: come si sono evolute le scelte di un’azienda apistica
Ho avuto la fortuna di lavorare con le api per una decina di anni prima dell’arrivo della varroa; anni caratterizzati da raccolti spesso abbondanti, non ancora condizionati pesantemente dal cambiamento climatico.
Nelle annate negative la produzione era comunque paragonabile a quella delle annate medie attuali, le scorte erano sempre presenti, c’era addirittura chi con le arnie da 12 smelava alla fine di marzo il miele in eccesso dopo lo svernamento per
fare posto alla covata.
A metà degli anni ‘80 abbiamo cominciato a dover trattare la varroa comparsa da poco, e dopo la preoccupazione per la moria iniziale dovuta alla nostra impreparazione siamo riusciti a contenere il parassita con un solo trattamento autunno-invernale con prodotti di sintesi mantenendo gli alveari in produzione senza grandi perdite.
Mi ero quasi illuso che la situazione si fosse stabilizzata con la routine dell’unico intervento annuale fino a quando, qualche anno dopo, alcuni alveari ai primi di settembre, erano quasi completamente spopolati e le poche api rimaste erano deformi con le ali atrofizzate.
Allora con riunioni e trattamenti ripetuti all’ultimo minuto ero riuscito a salvare la metà degli alveari peraltro in condizioni non certo ottimali.
Dalla primavera successiva, conoscendo la predilezione della varroa per la covata maschile, la limitavo asportando favi da fuco opercolati (operando fino a 10-12 ritagli, uno a settimana da aprile ai primi di luglio) con il Telaio a tre settori TIT3 perfezionato con Michele Campero (vedi articolo di Roberto Panzeri su l’apis n. 6-2019 e La Posta dei Lettori di Samuele Colotta su l’apis n. 4-2021).
La secrezione del nettare era molto più costante e le api costruivano, permettendo di svolgere con discreto successo questa forma di lotta biomeccanica, che pratico ancora adesso seppure in forma più ridotta.
Intanto erano comparsi i primi studi sugli acidi organici che non lasciano residui pericolosi come gli acaricidi di sintesi, per cui avevo iniziato a trattare dapprima con acido lattico e successivamente con il molto più efficace acido ossalico.
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