
PRIMA PARTE
Negli ultimi anni, gli apicoltori lamentano sempre più frequentemente che il loro miele è eccessivamente umido, anche nei telai completamente opercolati. Questo fatto risulta a prima vista sorprendente, considerando le sempre maggiori temperature esterne che sembrerebbero dover favorire l’evaporazione, in analogia
col bucato steso al sole che asciuga più velocemente d’estate che non in primavera o in autunno.
Per indagare su questo apparente paradosso partiremo dalle relazioni fisiche tra temperatura e umidità dell’aria, in seguito vedremo come questi principi siano sfruttati dalle api nel processo di trasformazione del nettare in miele.
Come illustrazione useremo i dati registrati in una normale arnia Dadant e in un nido semi-naturale. Questo ci permetterà infine di capire come le mutate condizioni
ambientali contribuiscano alla produzione di un miele più umido, e di suggerire un possibile rimedio.
La ventilazione
Sappiamo che le api asciugano il nettare ventilando tutta la notte all’entrata del nido. Tuttavia, non basta far circolare l’aria per ottenere questo risultato. In una
notte, le api riescono a rimuovere fino a 100 grammi di acqua ogni ora, a seconda dell’apporto di nettare e delle condizioni meteorologiche.
Se cercassimo di imitarle, per esempio soffiando su una superficie umida o
anche usando un ventilatore, difficilmente potremmo ottenere un risultato paragonabile; tanto meno se provassimo ad assumerci il loro compito, vale a dire estrarre acqua dal nettare, visto che il miele è fortemente igroscopico, cioè
tende più ad attirare l’acqua che non a rilasciarla.
Come ben sa chiunque abbia mai provato a ridurre anche solo di un paio di punti percentuali l’umidità del proprio miele, è necessario ricorrere a qualche processo di
deumidificazione che richiede parecchio tempo ed energia. Le api invece sono molto più efficienti, in quanto sfruttano magistralmente le naturali oscillazioni giornaliere
della temperatura e dell’umidità dell’aria.
Per capire il processo di deidratazione del miele è dunque necessario chiarire dapprima le relazioni tra queste grandezze.
La relazione fisica tra temperatura e umidità
Nell’aria che ci circonda è sempre disciolta una certa quantità di vapore acqueo. Quanta acqua sia solubile nell’aria dipende dalla temperatura dell’aria stessa: più
è calda, tanto più facilmente il vapore viene incorporato, in modo invisibile, nell’aria.
Naturalmente questo processo ha dei limiti: a una data temperatura e pressione atmosferica, l’aria può contenere solo una certa quantità di vapore.
Se cerchiamo di immetterne di più, il vapore non si scioglie e rimane visibile nella forma di goccioline d’acqua sospesa nell’aria – per esempio, se lasciamo una pentola di acqua bollente sul fornello acceso in una cucina chiusa, dopo qualche tempo il vapore diventa visibile e finisce per riempire l’intero locale.
In queste condizioni, l’umidità relativa dell’aria è il 100%: l’aria, cioè, contiene tanta acqua quanta ne può contenere a quella temperatura. Se ci fosse ancora margine, l’umidità relativa sarebbe minore: un’umidità relativa al 50% significa che, a quella temperatura, si potrebbe sciogliere nell’aria una quantità di acqua doppia rispetto
a quanto già contiene; ovvero, l’acqua già sciolta è la metà di quanta se ne potrebbe sciogliere, a quella temperatura e quella pressione atmosferica.
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