Da che parte stanno le vespe? Un insetto fondamentale all’ambiente e all’apicoltura – Novità dalla ricerca

di Greca Meloni

Qualche mese fa, insieme all’amico Francesco Panella discutevamo del presente dell’apicoltura e ci interrogavamo sul suo futuro nel mondo post Covid-19.
“Capiremo che il nostro modo di produrre e consumare cibo ed energia non sono sostenibili? Che bisogna ripensare il rapporto che noi umani instauriamo con l’ambiente, con i fiori, con gli animali e tra di noi?”.

Da questa discussione sono nate una serie di riflessioni riguardo alle “cose” o meglio alle “creature” che “fanno muovere il mondo”.

“Io, per esempio, sto ancora cercando di capire perché gli apicoltori odino così tanto le vespe. Per quale ragione amiamo le api ma non le vespe, dato che anche loro sono importantissime per l’ecosistema? Cosa ne pensano gli antropologi di questo odio verso le vespe?”.

È così che Francesco mi ha proposto di lasciare il mio usuale campo di ricerca – la relazione che gli umani instaurano con le api – per esplorare un campo vicino al mondo apistico, quello del rapporto tra umani e vespe.

Come è noto, nel senso comune è diffusa una concezione negativa della presenza delle vespe nell’ambiente. Se alle api viene attribuita ogni sorta di qualità positiva
(impollinatrici, lavoratrici, sentinelle ambientali ecc…), tanto che la loro sopravvivenza è diventata una questione globale nel discorso eco-politico (Moore and Kosut 2013), le vespe sono associate alle peggiori qualità: aggressive, assassine, inutili, fastidiose, pericolose. In altre parole, se le api sono buone per l’ambiente, le vespe al contrario sono considerate dannose per le colture e/o l’allevamento,
soprattutto per l’apicoltura.

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