Alimentazione zuccherina supplementare degli alveari: le insidiose criticità ad essa associate – Dalla ricerca

di Alessandra Giacomelli

Essere apicoltori non è un mestiere semplice e a volte non è sufficiente tutto lo studio e l’esperienza pregressa di una vita in mezzo alle api per affrontare le nuove sfide e criticità. Continue sono le ricerche, le esperienze, i cambiamenti e le scoperte che ci dimostrano la complessità estrema che costituisce il superorganismo alveare. Non è più neanche sufficiente preoccuparsi della fitness delle sole api e lungimiranti saranno coloro i quali focalizzeranno la nostra attenzione anche sul loro preziosissimo microbiota

Diamo tempo al tempo, ed iniziamo ad affrontare la stringente questione della alimentazione supplementare invernale degli alveari.

È innegabile che in Europa, si sia assistito a una graduale e inesorabile diminuzione del numero di colonie di api che, tra il 1970 e il 2007, ha visto modificarsi il patrimonio apistico da oltre 21 milioni a circa 15,5 milioni.

Sia in Europa che negli USA, sono state molte le ingenti ed a volte inspiegabili perdite invernali degli alveari e una moltitudine di fattori sono stati chiamati in causa nel contribuire a determinarle. Tra questi, ricordiamo ovviamente l’introduzione di Varroa destructor, l’aumento delle patologie (virosi associate alla varroa e il nosema), i cambiamenti climatici, le risorse alimentari inadeguate e la perdita di biodiversità da pratiche di coltivazione.

Di contro, diversi autori indicano che la capacità della colonia di affrontare degli stressors (parassiti/patogeni o fattori di stress abiotici, quali le basse temperature) può essere potenziata attraverso un corretto apporto nutritivo di carboidrati e proteine (Haydak 1970; Michener 2007; Annoscia et al. 2017): la nutrizione gioca, infatti, un ruolo fondamentale nel mantenimento di colonie di api forti e sane (Frizzera et al. 2020).

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