
Nel Registro delle Eredità immateriali della Sicilia il riconoscimento all’ultimo “Mastru fascitraru”: Sebastiano Pulvirenti
Nel lentissimo sviluppo delle conoscenze su ciclo vitale e allevamento delle api nel 1761 il tedesco A.G. Schirach fu il primo a illustrare un possibile metodo per la moltiplicazione degli alveari non per sciamatura naturale ma con pezzi di favo di covata.
Nel 1795 lo studioso Teodoro Monticelli, dall’esilio nell’isola come sospetto giacobino, gli rispose con la pubblicazione “Del trattamento delle api in Favignana
(1807)” in cui dimostrava che le tecniche proposte dallo Schirach già esistevano da millenni in Sicilia.
Vi affermava che l’arnia siciliana è quella descritta a suo tempo da T. Varrone e dimostrava che le tecniche di costruzione dell’arnia orizzontale di ferula, come quelle di gestione di “sciamatura artificiale” con il metodo della “Partitura”, ne fanno senza dubbio “la prima vera arnia a favo mobile” al mondo.
L’affermazione graduale e progressiva anche in Sicilia nel corso del 1900 di nuove modalità di gestione con l’utilizzo di arnie “razionali” e la diffusione dell’ape mellifera ligustica, hanno sempre più insidiato le modalità sicule tradizionali di allevamento apistico.
Uno dei primi a percepire i rischi della sparizione dell’antica tecnica apistica e della relativa sottospecie d’ape fu lo studioso tedesco Mariano August Alber, che aveva accompagnato nel 1950 Frate Adam nella sua infruttuosa ricerca di genetica di Apis mellifera sicula.
Per contrastare il rischio di ibridazione il prof. Alber e il prof. Pietro Genduso nel 1972 proposero uno studio sulle caratteristiche dell’ape siciliana, cui seguì un successivo progetto di recupero e conservazione di Genduso.
Le ricerche dei due studiosi permisero di individuare negli anni 60 negli Iblei, a Sortino, dei cultori delle tradizioni apistiche dei fasceddi, fra cui in particolare
le famiglie Blancato, Pagliaro e Pulvirenti.
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