
L’eredità dei fascitrari e l’attualità di un sapere antico
La recente pubblicazione del volume “Apicoltura per amore – Sebastiano Pulvirenti, una vita per le api”, scritto da Giuseppe Salluzzo e Angela Sanfilippo, nasce dall’esigenza di fissare su carta una memoria che rischiava di andare definitivamente perduta: quella dell’apicoltura tradizionale siciliana dei Monti Iblei.
Il libro raccoglie il racconto di una vita interamente dedicata alle api, quella di Sebastiano Pulvirenti, apicoltore di Sortino, tra gli ultimi autentici fascitrari ancora attivi fino agli anni Novanta.
Non si tratta soltanto di una testimonianza storica, ma della restituzione di un patrimonio tecnico, culturale e umano che dialoga in modo sorprendente con l’apicoltura moderna, arrivando talvolta a metterne in discussione alcune presunte “novità”.
I fascitrari dei Monti Iblei
L’apicoltura iblea affonda le proprie radici nella notte dei tempi. Numerose fonti storiche attestano la genialità del fascitraru dei Monti Iblei e la qualità indiscussa
del miele da esso prodotto, considerato sin dall’antichità un prodotto di eccellenza.
Dell’apicoltore e del miele dei Monti Iblei parlano autori come Virgilio, Ovidio, Columella, Plinio il Vecchio, insieme a molti altri, lasciando testimonianza di un sapere antico, raffinato e straordinariamente evoluto, capace di attraversare i secoli fino a giungere, in forme diverse, ai nostri giorni.
Nel dialetto ibleo il termine fascitraru indica l’apicoltore tradizionale e deriva dal fatto che egli costruiva autonomamente le proprie arnie, chiamate fascetri.
Queste arnie erano realizzate interamente in ferula (Ferula Communis), pianta spontanea ampiamente diffusa nel territorio siciliano. Il fascitraru non era soltanto un allevatore di api, ma un vero apicoltore-artigiano, depositario di un sapere tecnico complesso che univa conoscenze botaniche, manualità e una profonda capacità di osservazione del comportamento delle api.
I fascetri non venivano costruiti tramite semplice intreccio o legatura, ma attraverso un sistema costruttivo elaborato e ingegnoso. La struttura era ottenuta mediante tronchetti di ferula opportunamente tagliati, forati e incastrati tra loro.
L’assemblaggio avveniva utilizzando rami flessibili e resistenti di essenze arbustive locali, come il lentisco o il bagolaro, che fungevano da veri e propri elementi di connessione strutturale.
Il risultato era un’arnia solida, elastica e durevole, realizzata senza chiodi, colle o materiali estranei all’ambiente. Dal punto di vista funzionale, il fascetru risulta leggero, facilmente trasportabile e dotato di un buon isolamento termico naturale; queste caratteristiche lo rendevano particolarmente adatto a un’apicoltura prevalentemente nomade, praticata sui Monti Iblei, seguendo l’andamento delle fioriture spontanee e le condizioni stagionali.
Articolo presente sul n.4-2026.
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