
In difesa dell’ eco-schema “impollinatori”. Un’opportunita’ per l’apicoltura e per tutti gli agricoltori
Il corto circuito della PAC tra sostegno alla produzione e salvaguardia dell’ambiente
Nel 1962 la PAC è stata introdotta in Europa con i seguenti obiettivi:
- 1) aumentare la produttività dell’agricoltura.
- 2) Assicurare un tenore di vita equo agli agricoltori.
- 3) Garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.
Di fatto la PAC è nata come finanziamento diretto al sistema produttivo agricolo, a tutti gli effetti un investimento di stampo industriale e dai risvolti socioeconomici. Il concetto di ambiente, assente fin dall’inizio, non rientrerà nel documento per molti anni. È però sotto gli occhi di tutti il deterioramento dell’ambiente e soprattutto dell’agro-ecosistema.
Sicuramente le problematiche ambientali non sono tutte responsabilità degli agricoltori ma gli agricoltori, e con loro la Politica agricola che per 60 anni ha finanziato e promosso le loro attività, non sono esenti da responsabilità. Si pensi a:
- 1. la distribuzione di milioni di tonnellate di pesticidi e diserbanti di vario tipo.
- 2. La perpetua distruzione della fertilità biologica del suolo e lo spandimento indiscriminato di fertilizzanti chimici, in gran parte da fonti fossili.
- 3. Il diserbo e l’annientamento delle piante spontanee (foreste, boschi, siepi ecc…) così come di molte piante acquatiche (in corresponsabilità con l’industria).
- 4. Il costante impiego di migliaia i tonnellate di metalli pesanti come il rame, che rimarranno per sempre nei nostri suoli.
- 5. Non parliamo delle emissioni di CO2, o dei disastri ambientali dovuti all’alta concentrazione degli allevamenti zootecnici in lcune province d’Italia e d’Europa (nitrati, metano, inquinamento falde, ecc…).
- 6. L’utilizzo delle risorse idriche? Stendiamo un velo pietoso.
Tutto questo in nome del più che giustificabile “dobbiamo produrre cibo per sfamare l’umanità”. Molti di questi “effetti collaterali”, lo riconosciamo, sono funzionali al nostro stile di vita e sono perciò inevitabili nell’attuale contesto socio-economico. Non vogliamo fare gli estremisti. Ma una cosa è certa: investendo denaro pubblico on l’unico obiettivo di supportare un sistema intensivo di produrre cibo, l’Europa ha finito per promuovere sistematicamente, negli ultimi 60 anni, il sovrasfruttamento (e il deterioramento) delle sue risorse agroambientali, creando condizioni che rendono complicata la stessa produzione di cibo.
Alla prova dei fatti, e del tempo, la PAC si è quindi rivelata un investimento quantomeno discutibile.
La svolta sembrava dovesse arrivare con la PAC 2021-2027 (poi diventata 2023-2027). Con il Green Deal all’orizzonte sembrava infatti inevitabile, almeno dal punto di vista della coerenza degli investimenti, che anche la Politica Agricola Comune dovesse indirizzare risorse economiche verso a tutela e la conservazione delle risorse agricole (e cioè naturali).
D’altro canto la Strategia Farm o Fork, così come la Strategia per il Suolo (EU Soil Strategy), la Strategia per la Biodiversità e, indirettamente, la Legge per il Ripristino della Natura sembravano aver segnato la strada: l’ambiente è uno, la salute è una, non possono esistere distinzioni tra attività produttive umane e tutela dell’ambiente stesso.
E invece, le lunghe trattative che hanno portato a uno slittamento dell’entrata in vigore del nuovo documento programmatico di 2 anni, dal 2021 al 2023, hanno finito per accogliere le non proprio lungimiranti richieste della lobby agro-industriale, per cui la PAC è rimasta solo marginalmente fedele alle ambizioni del Green Deal. Dell’iniziale slancio riformatore rimangono “solo” i nuovi regimi ecologici, i cosiddetti Eco-schemi: è infatti stato introdotto l’obbligo, per gli Stati membri, di dedicare una fetta consistente della dotazione economica (almeno il 25%) all’implementazione di azioni che di fatto tutelino le risorse agro-ambientali e che non finanzino direttamente la produzione (le operazionifinanziate non possono
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