
Bentrovati a un nuovo appuntamento con la nostra rubrica dedicata al complesso mondo delle malattie delle api.
Oggi rispolveriamo un “vecchio” nemico che, come molti attori di soap opera anni ’80, è praticamente scomparso, ma che ogni tanto fa una comparsata: stiamo parlando di Nosema apis, un parassita microscopico che un tempo era estremamente insidioso.
Fino a qualche decennio fa, questa malattia, comunemente chiamata nosemiasi, era l’incubo degli apicoltori della fascia prealpina, compreso il sottoscritto.
Bastava un tronco che facesse ombra per compromettere un alveare e, se si sbagliava l’orientamento dell’apiario, il parassita si presentava puntuale, come un parente invadente a Natale, lasciando colonie indebolite o addirittura morte.
Ricordo che, insieme ai tecnici apistici della vecchia commissione sanitaria Unaapi, ci scervellammo a lungo per trovare una soluzione.
Tuttavia, la comparsa della malattia era a dir poco imprevedibile.
Ma la domanda che dobbiamo farci oggi è: “Nosema apis esiste ancora?”.
Questo parassita, un tempo responsabile di gravi indebolimenti delle colonie, sembra essere quasi del tutto scomparso dal panorama apistico italiano.
Che cos’è Nosema apis?
Nosema apis è un microsporidio che, come certi coinquilini indesiderati, si infiltra senza invito e causa gravi danni: infetta l’intestino medio delle api, interferisce con la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, lasciando le colonie così fiacche da sembrare reduci da un happy hour andato storto.
Il risultato? Colonie decimate e apicoltori che maledicono l’umidità, i mieli di melata e persino il tempo atmosferico.
Anche se invisibile a occhio nudo, il suo impatto può essere devastante, soprattutto durante i mesi freddi. Il declino del “vecchio” nosema Negli ultimi anni, in Italia e in gran parte d’Europa, Nosema apis è diventato un problema “vintage”, come un CD dei Backstreet Boys. Perché? Perché è arrivato un nuovo “cugino” a rubargli la scena:
Nosema ceranae.
Quest’altro parassita, originario dell’Asia, si è imposto con l’aggressività di un influencer, risultando più virulento e resistente. I sintomi associati sono diversi e li analizzeremo in un’altra puntata della nostra rubrica.
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