
Molto spesso mi sento dire: “Bello quello che fate con il monitoraggio ambientale, ma alla fine a cosa serve?”.
Davanti a questa domanda mi sono sorpreso molte volte a rispondere: “A molte cose” che, lo so, vuol dire tutto e vuol dire niente.
Lo leggo nell’espressione dei miei interlocutori, che sembrano volermi dire (e alcuni me lo dicono anche): “Ah ok, non lo sai neanche tu”. Non è così, è che per dare una risposta vera, senza parlare per luoghi comuni e soprattutto senza riferire le parole che altri han già detto e ridetto, belle, interessanti, preoccupanti, che però a forza di ripeterle sembrano ormai contenitori vuoti, alla faccia degli antichi romani e del loro
repetita juvant… per dare una risposta vera, dicevo, serve un discorso che lì per lì non si può organizzare tra un boccone e l’altro, o davanti a un caffè.
Perché quando ho cominciato a occuparmi di biomonitoraggio con le api e ho ospitato in uno dei miei apiari una delle postazioni di Aspromiele l’ho fatto da apicoltore che aveva un dubbio, anzi una saccente certezza: le mie api stavano male (e ahimé non avevo ancora visto nulla di quanto le api possano stare male davvero) per colpa dei troppi pesticidi.
Era il 2018 e qui in zona si era appena inaugurata l’era degli insetticidi sul nocciolo. Avevo notato, nel periodo tra fine aprile e metà luglio, degli strani mucchietti, sempre freschi, di api morte davanti agli alveari e l’equazione mi era sembrata semplice: avvelenamento.
La varroa, dal canto suo, aveva cominciato a fare danni sempre prima nel corso della stagione anche con infestazioni non eccessive, infierendo su alveari debilitati dallo
stillicidio di api. Invernare bene le famiglie stava di conseguenza diventando sempre più difficile.
Se ti è piaciuta l’anteprima dell’articolo, abbonati per ricevere l’apis a casa!
