
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda
(Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto)
Di pioggia nel 2024 ne è caduta. Sfidiamo chiunque a dire il contrario.
Solo un anno fa il Piemonte era nella morsa di una siccità estrema mentre ora
le statistiche parlano di precipitazioni a +50% sulla media storica, con punte di +75% nel Nord della Regione.
Una manna dal cielo, senza dubbio. La siccità aveva infatti già iniziato a fare danni irreparabili alla vegetazione, all’ambiente, all’agricoltura, all’apicoltura e alle api. Quindi la pioggia ci voleva.
Sicuramente l’intero ambiente ne ha giovato anche se le precipitazioni, a volte grandinigene, sulle fioriture hanno fatto sì che la stagione apistica (e agricola) 2024
sia da annoverare tra le peggiori di sempre, addirittura peggiore di quella targata 2023, caratterizzata da produzioni poverissime, conseguite in un contesto semidesertico.
Se dal punto di vista produttivo 2023 e 2024 sono sostanzialmente simili, classificabili entrambi come anni pessimi, dal punto di vista del monitoraggio ambientale, invece, si sono rivelati essere molto diversi, per certi versi addirittura opposti.
La pioggia ha infatti influito direttamente e indirettamente su tutti i parametri ambientali e apistici che in questi anni abbiamo imparato a valutare per leggere lo stato di salute dell’ecosistema piemontese.
Come vedremo in questo articolo, molti dei dati che abbiamo raccolto nella stagione 2024 non sembrano “nemmeno parenti” con quelli raccolti nel 2023.
In una qualche misura ce lo aspettavamo, tant’è che, sulla base di semplici ragionamenti che in questi anni di esperienza abbiamo imparato a tenere in considerazione, nel 2024 abbiamo fatto un esperimento: partendo da Aprile abbiamo provato a entrare in “modalità previsionale”, cercando conferma
o smentita alle nostre previsioni nei dati che saremmo andati a raccogliere in campo e dal campo.
Certo, il metodo non è privo di criticità: si corre un po’ il rischio di dare spazio ai pregiudizi e finire per leggere i dati in funzione delle previsioni. Il nostro, però, non è
stato un esperimento volto ad affermare quanto siamo diventati bravi ma a capire se davvero il metodo che stiamo utilizzando può essere affidabile nel generare informazioni utili agli apicoltori prima che gli eventi critici si verifichino.
Abbiamo quindi condotto un test sul protocollo che stiamo applicando, non sulla nostra bravura. Abbiamo innanzitutto previsto che la pioggia avrebbe stabilizzato la termoregolazione dei suoli in quanto una maggiore umidità, rispetto soprattutto al 2023, avrebbe sicuramente favorito una maggiore vitalità nei suoli, con una maggiore capacità di ritenzione idrica e con conseguenti minori stress termici alle radici delle piante.
Siamo stati particolarmente attenti a verificare questo aspetto visto che alcuni ambienti provenivano da una crisi idrica così severa che non eravamo sicuri sarebbero stati in grado di riprendersi velocemente.
Il ragionamento ci ha quindi portati a ipotizzare, come conseguenza diretta di un miglioramento della salute dei suoli, una maggiore, sempre rispetto al 2023,
propensione da parte delle piante a originare flussi di nettare e polline generosi e costanti nel tempo.
Ci aspettavamo quindi di registrare, sulle api, una generale minore esposizione a stress alimentari e una minore sensibilità degli alveari ai patogeni.
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