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Orso bruno e apicoltura: intervista a Claudio Groff, coordinatore del Settore Grandi carnivori, Provincia autonoma di Trento

Sul n. 3 – 2021, l’apis ha pubblicato un articolo, scritto da due apicoltori della Val di Sole che hanno subito durante l’inverno danni a alveari in seguito a incursioni da parte di un orso.

L’articolo mi ha sorpreso, non ero a conoscenza del fatto che, in inverno, potessero succedere eventi di questo tipo. Ho provato quindi a capire meglio il problema intervistando un esperto del settore.

EB: Buongiorno e grazie per la sua disponibilità. Facciamo una piccola premessa per chi non è informato su questa tematica: oggi, parlando del nord Italia, in quale zona l’orso è presente? È prevista un’espansione nel prossimo futuro? Numericamente di quanti orsi stiamo parlando? 

CG: L’orso in passato era presente in tutto l’arco alpino, ma a causa della diminuzione delle foreste e di una caccia spietata la popolazione di orsi era ridotta a 2-3 individui 25 anni fa. In questo contesto, negli anni novanta ha preso avvio il «Progetto Life Ursus – tutela della popolazione di orso bruno del Brenta» promosso dal Parco naturale dell’Adamello-Brenta, in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e con l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, per evitare la scomparsa dell’orso dalle Alpi.

In seguito a questo progetto, oggi, in Trentino e nelle Alpi centrali, l’orso è presente con circa un centinaio di esemplari e la popolazione è in espansione. Pochi esemplari (meno di 10) sono presenti invece in Friuli V.G. provenienti dalla vicina Slovenia, dove se ne contano circa un migliaio. Tutti i dati relativi all’orso in trentino vengono pubblicati annualmente sul nostro sito (in pubblicazione a giorni, i dati relativi al 2020)

EB: Perfetto, grazie. Veniamo agli episodi che gli apicoltori hanno raccontato nell’articolo: il fatto che un orso non sia andato in letargo è un evento eccezionale? Nei prossimi anni, ci dobbiamo aspettare un aumento della frequenza di attacchi da parte di questi animali agli apiari che sverneranno in montagna, nella zona di presenza di questo animale? 

CG: Innanzitutto, nel caso dell’orso, è più corretto parlare di ibernazione. Il sonno dell’orso non è profondo come quello, ad esempio, della marmotta; l’orso mantiene un buon grado di reattività agli stimoli esterni e può anche sporadicamente uscire dalla tana durante le belle giornate invernali. Grazie all’ibernazione l’orso riesce così a sopravvivere in un periodo nel quale scarseggia la sua fonte principale di cibo: i vegetali. Quindi, in inverno, salvo situazioni eccezionali, gli orsi non si alimentano e sopravvivono grazie al grasso accumulato in autunno che funziona sia come riserva energetica che da isolante termico. La propensione dell’orso ad andare in ibernazione e la durata di questa, non dipendono però tanto dalla rigidità della stagione invernale, quanto piuttosto dalla latitudine dell’areale nel quale l’orso vive. Ad esempio, c’è molta differenza tra la durata di ibernazione nei paesi nordici e quelli nel sud dell’Europa.  In Trentino, la stagione di “riposo” per l’orso di solito dura circa 4 mesi. 

Tuttavia, il fatto che un orso non entri per nulla in ibernazione non è di per sé un fatto così straordinario ed è documentato anche in altre realtà. Rimane, comunque, una rarità rispetto alla biologia di questo animale e, i dati raccolti, indicano che riguarda soprattutto gli individui giovani ed orse accompagnate da cuccioli di 1 anno. In futuro la possibilità che questi rari eventi si verifichino potrà aumentare, nel caso in cui la popolazione di orsi continui a crescere. 

EB: Da quello che ci racconta, per gli apicoltori che lavorano nei territori di presenza dell’orso, bisognerà quindi adottare delle contromisure per proteggere gli apiari da eventuali incursioni. Che metodo consiglia? 

CG: Il sistema del recinto elettrificato, se viene fatta la corretta manutenzione, è ancora oggi il più efficace. Per corretta manutenzione intendo ad es. mantenere carica la batteria, una messa a terra efficace,  effettuare lo sfalcio dell’erba sotto i fili, mantenere i paletti nella corretta posizione, ecc…; queste opere vengono fornite dalla Provincia se richieste. Chiaro che è un lavoro in più per gli apicoltori, ma ad oggi è l’unico metodo efficace che abbiamo. Il problema sorge durante la stagione invernale in quanto, in presenza di neve, purtroppo, l’efficienza delle recinzioni diminuisce. 

Le Bienenhaus (la casa delle api sul modello sloveno e austriaco), citate nel vostro articolo, possono costituire una difesa verso l’orso e questo può valere anche nella stagione invernale, ma non garantiscono il 100% dell’efficacia: l’orso infatti ha una forza enorme e, se particolarmente determinato potrebbe arrecare comunque danni. In definitiva, in presenza di orsi non è possibile ridurre a zero il rischio di danni; è però possibile ridurlo notevolmente. Tuttavia, è bene sottolineare che il danno eventualmente subito dagli apicoltori viene indennizzato. L’indennizzo viene stabilito sulla base di apposite tabelle, decise in accordo con i rappresentanti di categoria, che tengono conto non solo della perdita degli alveari ma anche della mancata produzione. 

EB: Al di là dei rischi per gli alveari, ritiene che sussistano dei pericoli anche per gli apicoltori? Ad esempio,  è possibile che, visitando gli alveari, incontrino l’orso attirato dal profumo del miele? Nel caso si verifichi un incontro, come dovrebbero comportarsi gli apicoltori? 

CG: L’orso è un animale attivo principalmente di notte e, per natura, cerca di evitare il più possibile il contatto con l’uomo

Ritmi di attività dell’orso bruno e delle persone

Il suo fiuto è altamente sensibile e in grado di percepire la presenza dell’uomo a grande distanza. Tuttavia, in determinate circostanze, non si possono escludere incontri tra uomo e animale e, quando questo avviene, è solitamente casuale e dovuto principalmente al fatto che l’orso non si accorto per tempo della presenza dell’uomo. È però importante sottolineare che, come per le persone, anche gli orsi hanno caratteri diversi e, soprattutto quando sono giovani, possono essere più curiosi, meno prudenti e meno diffidenti. Un incontro ravvicinato quindi non si può escludere e, in questo caso, ci sono specifiche norme di comportamento da tenere che dipendono anche dalla distanza tra uomo e orso (per approfondire, leggi qui le norme di comportamento). In ogni caso i dati pluridecennali che abbiamo mostrano come l’incontro tra apicoltore ed orso nei pressi degli apiari sia un evento rarissimo, pur non potendolo mai escludere del tutto. Se l’incontro avviene è opportuno naturalmente allontanarsi; mai rimanere nei pressi magari per osservarlo o fotografarlo: questo lo rende più confidente con l’uomo e ciò è estremamente negativo.

EB: Quindi, mi permetto una domanda un po’ provocatoria: perché dovremmo accettare che l’orso torni a popolare le montagne? 

CG: Sono contento di questa domanda anche se non è facile rispondere in modo sintetico. Ci sarebbero moltissimi aspetti da considerare… mi accontento però di parlare di uno di questi. L’orso è una specie che fa parte da sempre dell’ecosistema alpino, del nostro ecosistema dunque. E’ uno dei numerosi  elementi che partecipano nel determinare l’equilibrio di quell’ambiente. Se esso è sano dà la possibilità a tutte le specie animali (e vegetali) che lo popolano di sopravvivere, dai piccoli insetti ai grandi mammiferi: è il concetto che sentiamo nominare spesso … la biodiversità!

La biodiversità deve essere protetta e difesa, a tutti i livelli, anche a vantaggio nostro, sia ben inteso. L’orso è solo un anello dell’ecosistema alpino, ma è un anello importante. Di conseguenza, anche se è una specie che può creare problematiche negli areali nei quali vive anche l’uomo, credo che l’equilibrio e la convivenza siano gli obiettivi da perseguire necessariamente. L’alternativa è eliminare tutti gli orsi (e tutti i lupi e così via..), ma non è praticabile, né sensata. Certo che nella ricerca di questo equilibrio molta attenzione va prestata alle esigenze dell’uomo, soprattutto di chi in montagna vive e lavora; su questo l’Amministrazione provinciale è sempre stata chiara.

Ma orso non significa solo problemi; può essere anche opportunità, risorsa: senza allontanarci troppo dal contesto italiano, in Abruzzo ad esempio, l’orso marsicano è presente da molto tempo e, negli anni, è maturata la consapevolezza che esso costituisca anche una risorsa grazie a progetti ad hoc messi in atto: è diventato l’animale simbolo e viene utilizzato come tale per rappresentare un territorio; anche qualche apicoltore lo utilizza nel logo del miele o della propria azienda. Credo sia un esempio interessante. 

Curiosità: nei paesi Slavi l’orso viene chiamato “medved” che letteralmente significa “colui che mangia miele”

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