
Quando ho iniziato ad occuparmi dell’allevamento delle api nel lontano 1974 la situazione era molto diversa e, dopo i primi errori dei principianti riuscivo a ricavare dai miei 15-20 alveari stanziali un discreto raccolto senza grandi preoccupazioni. Le annate catastrofiche come il 1977 erano abbastanza rare e non era ancora comparsa la varroa.
In quegli anni, ventenne frequentavo la facoltà di Agraria dell’Università di Torino ed ero di casa all’Istituto di Apicoltura poiché la mia tesi di laurea era seguita dai Professori Marletto e Vidano già allora veri pionieri nella denuncia degli insetticidi letali per le api.
In settimana ero quindi a Torino e i miei alveari erano a 100 km di distanza, a Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, per cui le cure alle api erano riservate al sabato ed alla domenica quando si tornava in famiglia. L’impulso alla sciamatura era molto più contenuto rispetto ad ora e aggiungendo i melari per tempo non era raro che un discreto numero di famiglie passasse l’intera stagione produttiva senza costruire celle reali o al limite ne produceva una in tarda stagione per sostituire la regina.
Per gli alveari più sciamatori conoscevo solamente la pratica dello scellamento ripetuto che praticavo al sabato quando rientravo, fino alla scomparsa della febbre sciamatoria che passava senza grossa perdita di sciami durante la settimana
quando ero lontano.
Allora lavoravo con l’ape locale, marrone scuro quasi nera, e i favi del nido avevano sempre il loro bell’arco di provviste anche al culmine della stagione. Questa ape non
era così esplosiva nelle sue esigenze di espansione della covata su tutto il favo e facilmente il volume di 56 litri dell’arnia Dadant a 10 favi era sufficiente per contenere abbastanza comodamente la colonia.
Se ti è piaciuta l’anteprima dell’articolo, abbonati per ricevere l’apis a casa!
