
Virgilio, nel quarto libro delle Georgiche (opera dedicata ai “lavori della terra”) parlava di “flava cera”, la cera bionda dei favi, secreta dalle api come frutto
di un lavoro ordinato e paziente. Oltre duemila anni dopo, quella stessa sostanza è ancora il cuore pulsante dell’apicoltura, pur avendo assunto la forma tecnologica del foglio cereo.
Dalla costruzione libera al foglio cereo
Il reverendo Lorenzo Langstroth (1810-1895), pastore protestante congregazionalista, mise a punto l’arnia a favo mobile dopo anni di osservazioni sul comportamento delle api.
Il riconoscimento ufficiale della sua invenzione sancì la scoperta dello spazio d’ape (bee space) e fu considerato l’atto di nascita dell’apicoltura moderna che valse a Langstroth il titolo di “padre dell’apicoltura americana”.
Il favo mobile di Langstroth, tuttavia, non prevedeva ancora l’uso del foglio cereo: la costruzione era affidata all’iniziativa delle api, pur essendo guidata dalla struttura del telaio. La sbarra superiore (top bar) aveva un profilo a prisma triangolare rovesciato, che sfruttava l’istinto delle api di iniziare la costruzione da uno spigolo
vivo, garantendo favi diritti, centrati ed estraibili.
Il passo successivo avvenne nel 1857, quando il tedesco Johannes Mehring realizzò la prima matrice per fogli cerei utilizzando tavole di legno incise a mano, aprendo una nuova fase dell’apicoltura razionale: la costruzione del favo divenne non solo gestibile, ma anche indirizzabile.
Negli anni successivi, Amos Root e Alva Washburn (1875) svilupparono i primi rulli metallici efficienti, rendendo possibile una produzione precisa e su scala industriale del foglio cereo. Fu infine Edward Weed, nel 1895, a perfezionare ulteriormente la tecnica introducendo la produzione di fogli cerei in rotolo continuo, tecnologia che costituisce ancora oggi la base della produzione commerciale moderna.
Articolo presente sul n.3-2026.
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