
La sensazione tra gli apicoltori è che stiano perdendo efficacia. Questa sensazione è confermata dalla scienza?
Più di 40 anni di lotta alla varroa in Italia
Originariamente parassita di Apis cerana, la varroa ha compiuto nel secolo scorso il salto d’ospite verso Apis mellifera, diffondendosi rapidamente a livello globale.
In Italia la prima segnalazione ufficiale risale al 1981, in provincia di Gorizia; in pochi anni il parassita era già presente in tutto il territorio nazionale, isole comprese.
Il ciclo biologico di varroa è strettamente legato a quello della covata dell’ape: l’acaro si riproduce infatti all’interno delle celle opercolate, dove è protetto e può completare il proprio sviluppo.
Per questo motivo, il controllo del parassita è complesso e richiede una gestione continua e programmata. Nel tempo sono state sviluppate diverse strategie di
contenimento, ma il ricorso agli acaricidi è rimasto il cardine della lotta a questo acaro, responsabile della malattia denominata varroosi o varroatosi.
Tra questi, gli acaricidi di sintesi, in particolare, sono stati a lungo preferiti per la loro praticità, per la possibilità di utilizzo anche in presenza di covata e per il buon
rapporto costo/beneficio.
Tuttavia, questi prodotti presentano anche criticità importanti: possono lasciare
residui nei prodotti dell’alveare, avere effetti collaterali sulle api e, soprattutto, selezionare popolazioni di acari resistenti.
Ad oltre quarant’anni dalla sua introduzione in Italia, Varroa destructor resta il principale fattore limitante per la salute delle colonie di api e per la redditività dell’apicoltura.
Parallelamente, a partire dalla fine degli anni ’80, è cresciuto l’interesse verso gli acaricidi organici e oli essenziali (ad esempio acido formico, acido lattico, acido ossalico e timolo) ad oggi considerati come molto più sicuri, in quanto il loro uso comporta una minore probabilità di sviluppo della resistenza.
Questi strumenti, però, non sono privi di limiti: la loro efficacia dipende spesso dalla temperatura esterna o dall’assenza di covata. In aree a clima mite, come gran parte
del Mediterraneo, e in un contesto di cambiamento climatico con inverni più brevi e meno freddi, tali limitazioni rischiano di diventare ancora più marcate e comportano tecniche apistiche sviluppate come ad esempio il blocco artificiale della covata.
Articolo presente sul n.7-2026.
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