Un’apicoltura che resiste tra molte incertezze – Economia apistica

di Simona Pappalardo

numeri ci dicono qualcosa sul ruolo produttivo della primavera, sulla reale importanza delle dimensioni aziendali e del nomadismo, sull’andamento dei costi aziendali, sui nostri punti di forza

Nel 2025 l’apicoltura italiana è tornata a respirare. Dopo stagioni segnate da produzioni molto insufficienti e da eventi climatici estremi, il comparto ha registrato una ripresa: la produzione nazionale stimata ha raggiunto le 30.992 tonnellate, con un incremento del 40% rispetto al 2024.

Un dato che fotografa una stagione migliore, ma che non basta a riportare
serenità nel settore. Dietro ai numeri, infatti, emerge un quadro molto più complesso: forti differenze territoriali, costi produttivi in aumento, consumi ancora deboli e una pressione crescente dei mieli importati sui prezzi all’ingrosso.

Produzione in ripresa, ma con estrema variabilità

La produzione media ad alveare in Italia nel 2025 è stata di 26,86 kg/alveare. A fronte di questo dato nazionale, si evidenziano differenze marcate sia tra macro-aree sia tra singole regioni, a conferma di una forte variabilità territoriale della produzione.

Il Nord-Ovest è stato il motore produttivo della stagione, con Piemonte e Lombardia sopra la media nazionale per resa ad alveare. Il Piemonte si conferma prima regione italiana per produzione (e per alveari), con 5.612 tonnellate di miele prodotte, pari a quasi il 19% del totale nazionale.

Nel Nord-Est, le rese sono state in linea o leggermente superiori alla media nazionale in Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia, mentre il Veneto e soprattutto
il Trentino-Alto Adige sono risultate sotto la media, a indicare una maggiore disomogeneità per questa macro-area.

La produzione media ad alveare in Italia nel 2025 è stata di 26,86 kg/alveare, con differenze marcate sia tra macro-aree sia tra singole regioni.

Articolo presente sul n.5-2026.

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