
Come nutrizione, fisiologia, varroa e virus condizionano la salute e la longevità delle api che porteranno la colonia fino alla primavera
È sempre piacevole aprire una colonia in autunno e trovarla piena di api. Ma una colonia con molte api non è necessariamente una colonia in grado di arrivare alla ripresa primaverile con una popolazione adeguata.
A fine estate e in autunno siamo abituati a valutare la consistenza, le scorte, la quantità di covata e, naturalmente, il livello di infestazione da varroa.
Sono informazioni importanti, ma non ci raccontano tutto. Più difficile da valutare è la qualità delle operaie che dovranno attraversare l’inverno e accompagnare la colonia fino alla ripresa primaverile.
Più difficile da valutare è la qualità delle operaie che dovranno attraversare l’inverno
e accompagnare la colonia fino alla ripresa primaverile.
Alveari che ai nostri occhi appaiono praticamente identici possono avere davanti un destino molto diverso. E non è detto che reagiscono allo stesso modo alle infezioni e agli altri fattori di stress.
Durante la stagione produttiva la vita di un’operaia si misura normalmente in settimane; per le api invernali, invece, si parla di mesi. Questa maggiore longevità non arriva all’improvviso: si prepara progressivamente all’interno della colonia.
Api invernali
Rispetto alle operaie estive, le api invernali:
- accumulano maggiori riserve corporee;
- presentano un corpo grasso più sviluppato;
- hanno livelli elevati di vitellogenina;
- mantengono più a lungo caratteristiche tipiche delle giovani api impegnate nelle attività interne all’alveare.
In ambiente mediterraneo, intensità e durata di questa condizione possono variare con clima, disponibilità di risorse e andamento stagionale della colonia. L’ape invernale, insomma, non è semplicemente un’operaia estiva che vive più a lungo. È fisiologicamente diversa e deve restare funzionale per mesi.
Articolo presente sul n.8-2026.
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