
Il bianco riflette luce e calore solare. Quanto è utile verniciare il coperchio di bianco?
Una colonia di api è un organismo finemente termoregolato attorno ai 35 °C quando ha covata, mentre in assenza di covata la regolazione è più rilassata ma comunque tale da mantenere una temperatura invernale confortevole all’interno del glomere (al di sopra di 18 °C al centro e 7-9 °C all’esterno del glomere).
Il mantenimento delle necessità vitali delle larve e delle api adulte richiede dunque uno sforzo attivo da parte delle api – che va dal restringimento del glomere alla produzione endotermica di calore durante l’inverno, e dal trasferimento della massa termica delle api al di fuori del nido al raffreddamento evaporativo durante l’estate.
Alcune di queste attività sono fortemente energivore: sia la produzione di calore che l’evaporazione di acqua nel processo di raffreddamento comportano l’uso di ingenti risorse energetiche (miele) ma anche l’usura degli individui coinvolti (stress ossidativo, logorio delle ali), con conseguenze sulla loro durata di vita.
Aiutare le api a proteggersi dal caldo non è solo una questione di benessere animale né una semplice considerazione di convenienza per l’apicoltore in termini di risparmio di miele, ma è a volte indispensabile per la sopravvivenza stessa della
colonia.
Le api si sono evolute con la capacità di compiere le operazioni necessarie a questa regolazione, e naturalmente hanno l’accortezza di iniziare dai processi più economici. Tuttavia l’evoluzione di queste capacità nel corso di milioni di anni ha avuto luogo in nidi molto ben coibentati, mentre la comodità degli apicoltori ha condotto negli ultimi 150 anni all’uso di scatole di legno leggero con coperchi in lamiera che non solo non proteggono gran che durante l’inverno ma tendono ad esasperare il calore durante l’estate.
Questo – complice anche il riscaldamento globale – spesso conduce le api a dover impiegare gli strumenti più energivori per poter mantenere temperature adeguate
dentro il nido, e si hanno esempi, anche in Italia, di fusione della cera (vedi l’articolo di Liliana Cirillo pubblicato su l’apis n. 2-2024), abbandono del nido o addirittura morte di colonie per caldo eccessivo.
I flussi di calore verso l’arnia Il calore estivo ha più vie di accesso all’arnia.
1) Il sole scalda la parete frontale e una delle laterali dell’arnia, le quali a loro volta dapprima accumulano calore, poi lo trasmettono all’interno. Questo avviene soprattutto al mattino e nel tardo pomeriggio, quando il sole è più basso rispetto
all’orizzonte e quindi ha un angolo di incidenza maggiore.
2) Il sole scalda il terreno sotto l’arnia; per qualche tempo il suolo assorbe energia calorica che poi libera, in parte direttamente sotto forma di raggi infrarossi e in parte scaldando l’aria che sale in verticale verso l’arnia; se il fondo è stato rimosso, la radiazione infrarossa e l’aria calda entrano direttamente nell’arnia, altrimenti scaldano la lamiera del fondo che poi trasmette facilmente il calore all’interno.
Poiché l’accumulazione di calore da parte del terreno richiede parecchio tempo, questo fattore incide maggiormente nel pomeriggio e la sera.
3) Il sole scalda il coperchio in lamiera, che riflette una piccola parte del calore (ci si accorge di questo quando ci si passa vicino con angolazione simmetrica
rispetto al sole) e trasmette il resto verso l’interno. Lì il calore è trattenuto nel coprifavo, il cui fondo lo trasmette poi verso l’interno. Questo fattore è più importante quando il sole è alto sull’orizzonte, cioè nelle ore centrali della giornata, le più calde.
Articolo presente sul n.5-2026.
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